giovedì 15 marzo 2012

Realtà virtuale

Rileggendo alcune delle ultime descrizioni che ho scritto e confrontandole con quelle che ho trovato nei testi di altri, mi sono preso il tempo di analizzare cosa rendesse le mie migliori di alcune e peggiori di altre. Di certo vi è anche una grossa variabile soggettiva, ma ci sono alcune caratteristiche che, a mio avviso, rendono oggettivamente più fruibile e d'effetto una descrizione.

Molto spesso le buone descrizioni sono quelle che non scendono troppo nei particolari, evitando così di divenire tediose, ma che riescono in poche parole a permettere di inquadrare la situazione. Sinteticità quindi, oltre ad un buon uso di struttura e di termini per alleggerire e rendere scorrevole, senza impoverire il significato.

Ma cosa differenzia una descrizione efficace da una descrizione eccellente? Spesso si tratta semplicemente di qualche dettaglio. Non quindi eccedere con particolari che potrebbero appesantire, ma inserire nella descrizione generale uno o due dettagli che colpiscano l'attenzione e possano far interpretare al meglio la particolarità della scena.

Questi dettagli possono riferirsi a tutti e cinque i sensi, ed volte sono sufficienti pochi riferimenti ad odori o suoni per rivaleggiare con fiumi di parole incentrate su dettagli visivi.

Andando oltre alla questione tecnica di come renderli sulla carta, c'è quindi il problema di saper scegliere il dettaglio giusto, quello che meglio esprime l'idea che si vuole rendere. Come fare? Oggi ho avuto un paio d'ore di viaggio in auto per meditarci, e credo che una soluzione sia nel cambiare punto di vista, cercando di non osservarla dall'esterno ma di calarcisi il più possibile.

Descrivendo un quadro potrei parlare di un volo di gabbiani che si staglia contro le nubi, della terra scurita dalla pioggia e del sole alto e brillante; cercare di vivere la medesima scena mi permetterebbe di udire i richiami stridenti dei gabbiani, percepire l'odore della terra bagnata, e provare la sensazione pungente della pelle che si arrossa a causa del sole.

Un trucco banale forse, che in larga misura già stavo utilizzando inconsciamente, ma che voglio sperimentare in modo più razionale e sistematico, per valutare quanto possa realmente rendersi utile. Immagino che di principio rallenterà un po' i lavori, visto che ci vorrà un po' di metodo ed allenamento per avviare la realtà virtuale e scendere all'interno della narrazione; conto però che l'esercizio semplifichi il procedimento e, soprattutto, che i risultati ripaghino la fatica.

Stay Tuned

lunedì 12 marzo 2012

Manoel: "Serata sul Divano"

Dopo averlo tenuto sepolto in un cassetto per diverse settimane, riesumiamo il povero Manoel e facciamogli prendere un po' di aria per cacciare il fastidioso odore di naftalina che gli si è appiccicato addosso.

Questo secondo estratto del suo diario, datato 28 maggio 2007, è stato scritto circa un mese dopo il precedente (25 aprile 2007, che potete trovare qui), in una situazione sensibilmente differente dalla precedente. 

La tensione tra Manoel ed Isabeau è andata via via riducendosi, ed ha lasciato loro lo spazio necessario per poter iniziare a collaborare in modo proficuo, sia sul piano del lavoro di facciata, che su quello più delicato delle attività malavitose. Manoel, nel trovarsi a continuo contatto con la donna, ha iniziato gradualmente ad ammorbidire alcuni tra gli aspetti più rigidi del suo carattere, ed ha lasciato che la donna gli si avvicinasse a sufficienza da riuscire ad influenzare le sue emozioni.

Solo marginalmente conscio di questo cambiamento, l'uomo sta cercando di misurarlo secondo il proprio metodo freddo e razionale, senza però riuscire a far nulla più che avanzare ipotesi. Tutti i suoi buoni propositi, che pur mantiene perfettamente in assenza di lei, vengono puntualmente a cadere nel momento in cui tra loro si crea un minimo di intimità.

C'è da notare che, nel mese trascorso, la maschera creata da Manoel per svolgere il proprio lavoro di copertura alla Galleria, è divenuta sufficientemente definita da aver meritato il proprio nome ed una sorta di indipendenza dalla sua personalità. Si riferisce infatti a lei come all'Organizzatore di Mostre ed ormai si considera un semplice spettatore delle proprie azioni, mentre svolge quell'incarico.

Come ultima nota, una breve spiegazione riguardo i tre personaggi che vengono menzionati durante la narrazione. La Silvie di cui si parla, era una donna che Isabeau aveva presentato a Manoel durante una festa, e che lui aveva cominciato a frequentare per creare un'immagine di normalità intorno all'Organizzatore di Mostre; Moira è invece una ragazzina Rom a cui Iseabeau si è affezionata ed ha cominciato a fare da madre/sorella maggiore; l'uomo delle caramelle, infine, è un individuo appartenente alla malavita statunitense, presentatosi in città ed entrato a far parte dei possibili contatti (ed alleati) della famiglia Debussy.

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La pioggia non è certo mai stata una mia passione, non sono il tipo che s'incanta alla finestra ad osservare i temporali ed anzi, se si escludono i momenti che passo in barca, tendo ad evitare il cattivo tempo per quanto mi è possibile.

Eppure ieri sera sono uscito pur conscio che la pioggia non avrebbe tardato a cadere ed anzi il pensiero di trovarmi a camminare sotto di essa in qualche modo pareva dare un sapore più intenso alla passeggiata che avevo in mente di fare.

Di principio non avevo alcuna meta, sentivo unicamente il bisogno di rinfrescarmi dopo la giornata passata alla galleria ad osservare l'Organizzatore di Mostre intento nel suo lavoro e volevo ritagliarmi qualche tempo per riflettere sugli avvenimenti degli ultimi giorni per poter fare un nuovo punto della situazione. In fondo il mio lavoro non è altro che questo: raccolgo informazioni, le elaboro e tiro le somme per sapere come reagire all'evolversi degli eventi. Se anche trattiamo un diverso tipo di numeri, non mi discosto poi molto da un contabile ...

Quando però la pioggia ha cominciato ad aumentare d'intensità, forse per merito dello schiarirsi dei miei pensieri, sono stato colto dal desiderio di vedere Isabeau. Non che avessi un motivo preciso per farlo ma semplicemente trovavo l'idea di scambiare qualche parola con lei una buona alternativa alla polmonite che mi si prospettava visto il tempo da lupi.

Mentre percorrevo il tratto di strada che mi separava dal suo palazzo, ho riflettuto anche sul fatto che una maggior frequenza nel nostro vederci e discorrere avrebbe anche potuto evitare nuovi dubbi da parte sua ed evitare possibili problemi nel futuro. E, se non sono il tipo che si lega alla richiesta di fare rapporto ad un superiore, nulla mi impedisce di discorrere con lei per rassicurarla sulla mia presenza ed accertarmi che tutto vada per il verso giusto.

Ma forse queste non sono altro che scuse artificiose che ho costruito a posteriori, per mascherare in qualche modo una ben più naturale pulsione al cercar di vedere la piccola Isa. Un dubbio che non avrà forse mai risposta ...

Una signora stava uscendo e m'ha evitato di dover suonare, una donnina che m'ha rivolto un sorriso alquanto cortese quando ho fatto il gesto di reggerle la porta per agevolarle l'uscita, ma che m'ha squadrato con l'aria indagatoria di un colonnello delle S.S. alle prese con una spia. Con il gesto del reggerle la porta l'avevo colta sufficientemente in contropiede per evitare domande in merito alla mia identità, ma non abbastanza da sviar completamente la sua attenzione di madre di famiglia da un estraneo che entrava nel palazzo. Fortunatamente per entrambi non avevo alcun lavoro da svolgere nel palazzo o avrei dovuto tutelarmi da quella sua curiosità ... in modo definitivo.

C'era stupore nella voce di Isa quando ho battuto un paio di colpi alla sua porta e per un'istante mi sono chiesto se arrivare di sorpresa a casa sua non fosse stata una pessima idea, poteva aver qualche impegno, poteva aver ospiti o semplicemente non aver intenzione d'avere nessuno in mezzo ai piedi. Dubbi che, mi fossero venuti prima, mi avrebbero di certo trattenuto dall'andare a trovarla.

Fortunatamente, l'iniziale stupore di lei era dovuto unicamente al fatto che non si aspettava alcuna visita, e non nascondeva alcun genere di disappunto per la presenza di qualcuno alla sua porta. Anzi, quando l'ha dischiusa per farmi accomodare ho trovato sulle sue labbra un sorriso abbastanza lieto che ha avuto il potere di eliminare ogni mio residuo timore.

Era realmente piccola Isabeau, priva dei tacchi che in genere la fanno svettare sopra di me ed ora scalza, vestita d'una semplice tuta e, benché perfettamente truccata, aveva l'aria di chi sia agli antipodi dell'idea di far qualsiasi cosa non sia riposarsi ed aggirarsi pigramente per casa.

La situazione mi ha riportato alla mente altre occasioni in cui, ormai quasi una ventina d'anni fa, io e la piccola Isa ci siamo ritrovati in condizioni simili con lei che mi accoglieva nel salotto di casa dello Zio Luis e che zampettava in giro libera da ogni pensiero e da ogni turbamento. E credo che questo ritorno al passato mi abbia permesso d'esser molto più rilassato e tranquillo di quanto avrei potuto.

Dopo essermi liberato del cappotto sgocciolante e di un paio di scarpe che si erano ormai ridotte ad una schifezza, ho raggiunto Isabeau che s'era spostata per accomodarsi sul divano, usando i medesimi passi scalzi di lei e lasciandomi andare alla sensazione di tranquillità che percepivo tutto intorno a me, ed a cui non avevo intenzione ne possibilità alcuna di ribellarmi.

Quando mi son trovato accanto al divano, sul quale lei si era accomodata richiamando le gambe a se in una posa ancor più rilassata, ho rivisto dinnanzi a me quel grande divano a dondolo che si trovava sul patio della villa di Arles e che noi usavamo contenderci e sul quale in più di un'occasione avevamo passato ore a farci i più disparati dispetti.

" ... dove preferisco? ... "

Quella domanda ha preso forma sulle mie labbra senza che potessi far nulla per arrestarne il nascere e, nel momento in cui ho realizzato d'aver usato quello che per anni era stato una sorta di segnale d'inizio per le nostre scaramucce, mi son trovato a chiedermi come avrebbe reagito Isabeau. Il sorriso con cui mi ha risposto mi ha fatto comprendere che non le era sfuggito il mio riferimento alla nostra giovinezza, ed ho quindi deciso di proseguire con quel piccolo gioco di rievocazione accomodandomi accanto a lei e lasciandomi poi cadere fianco sul fianco, in una posa scomposta con la testa che le si poggiava ad una spalla.

Non credo che Isabeau si aspettasse veramente una simile reazione da parte mia, ma ho avuto l'impressione che fosse rimasta favorevolmente sorpresa e che il mio modo di fare l'avesse in qualche modo divertita quanto io stesso m'ero divertito nel farlo.

Durante il rapido cambiar di canali andando alla ricerca di qualche cosa di utile e gradevole da poter vedere abbiamo discusso di qualche dettaglio serio, passando da Silvie (Isa in qualche modo era preoccupata che io avessi a soffrire dalla sua morte), al desiderio di lei di ottenere la custodia di Moira ed infine all'uomo delle caramelle sul quale le ho fatto un piccolo resoconto.

Le cose serie sono poi finite, il lavoro archiviato da una sigaretta che lei ha fumato in piedi accanto alla cucina prima di tornare ad accomodarsi sul divano accanto a me. Non rimaneva altro da fare che dare un termine alla giornata rilassandoci e parlando d'altro, di qualsiasi altra cosa purchè non si trattasse di lavoro.

" ... dove preferisco? ..."

Questa volta è stata lei a chiedermelo mentre si impossessava nuovamente del telecomando, e sono stato io a confermarle che aveva libertà di scegliere qualsiasi posto avesse ritenuto di suo gradimento. Questa volta è stata lei a scegliere, e sono stato io a rimanere sorpreso!

Si è sdraiata lungo il divano raccogliendo le gambe per accomodarsi in modo più placido ed ha mosso il volto per usare le mie cosce a mò di cuscino, in un gesto che mi ha lasciato senza parole e senza alcuna difesa dalla sensazione di calore che ho percepito diffondersi in me. Ho mosso una mano senza quasi rendermene conto e l'ho poggiata sulla spalla di lei, completando un antico rituale che faceva parte della nostra fanciullezza e nel quale assumevamo quella posa in una comune ricerca di sicurezza e di comodità.

Discutere d'un film che io avevo veduto e lei no, rimanere semi sdraiati su quel divano mentre le scene si alternavano sullo schermo, fremere entrambi nei momenti di tensione e sorridere alle battute più spiritose. Un mondo fatto di una semplice quotidianità che pensavo ormai troppo lontana da me perché potessi nuovamente raggiungerla e farne parte. Un film di cui credo potrei riscrivere il copione a memoria e che aveva il potere di coinvolgermi ed emozionarmi come mai prima era accaduto ...

Alaska, Zio Luis non aveva sbagliato di molto ...


Manoel de Arriaga

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Alla prossima puntata che, salvo errori e omissioni, sarà uno dei miei post preferiti del diario di Manoel.

Stay Tuned

domenica 11 marzo 2012

La domenica del paese.

Comincio a sospettare che la cittadinanza mi nasconda qualche cosa!

Il paese è piccolo, la stagione non è ancora cominciata, e i pochi locali che sono aperti durante tutto l'arco dell'anno non hanno pressoché nessuna attrattiva. Non mi risulta che ci siano feste, convegni, raduni, sagre o simili nel circondario. Nulla che possa dare attrattiva a questa domenica mattina.

La casa sta su un incrocio, da una parte c'è l'unica via di passaggio per entrare ed uscire da questa zona del paese, dall'altra un vicolo cieco.

Io dico, com'è mai possibile che nell'ultima ora siano passate una mezza dozzina di graziose (e sconosciute) fanciulle vestite a festa, con tacchi alti e minigonna? A piedi poi, e dirette verso il vicolo cieco!

O qualcuno dei miei vicini, approfittando della mia influenza, sta festeggiando alla grande, o le turiste che arrivano da queste parti fuori stagione, si convincono di essere dei lemmings ... seccante.

Stay Tuned

venerdì 9 marzo 2012

Il (dis)piacere di tea (senza zucchero) e biscotti (vegani).

La cosa che preferisco del tea è senza alcun dubbio l'aroma; quella nuvoletta di vapori che si addensa sopra la tazza e che, a seconda della miscela scelta, può portare con se l'odore familiare di frutta ed agrumi, o suggerire bouquet più misteriosi.

Il sapore no. L'evoluzione del mio gusto ha avuto una tragica battuta d'arresto quando ero bambino; basti pensare che guardo gli alcolici con sospetto, ed a tutt'oggi non ho mai trovato alcun superalcolico che mi piaccia bere. Per supplire a questo inconveniente ho sempre zuccherato molto il mio tea (destando sospetto ed orrore nei puristi).

Seguendo il processo di riduzione delle schifezze ingerite normalmente (che qualche profano chiama dieta) ho dovuto mio malgrado rinunciare all'abituale quantità di zucchero, quindi in una tazza di tea l'ho limitato ad un solo cucchiaino. 

Qualche giorno fa, mentre mi aggiravo tra gli scaffali di uno Schlecker in cerca di tutt'altro, il mio sguardo ha incrociato una confezione di frollini da prima colazione, e poiché li avevo praticamente finiti il giorno precedente, ho pensato di cogliere l'occasione e comperarli, evitandomi un viaggio ulteriore al supermercato.

Arrivato alla colazione successiva, sentendomi un eroe per aver preferito il tea al latte ed essere anche riuscito a costringermi ad usare una dose omeopatica di zucchero, ho sorriso con aria complice ai miei quattro frollini sicuro che loro mi avrebbero dato la soddisfazione necessaria a sopportare le altre rinunce.

Con fierezza ho prelevato il primo di loro dal piattino e con giubilo gli ho dato un morso. Non mi sono mai cacciato in bocca una manciata di segatura, ma credo che dia più o meno la medesima sensazione. Con l'espressione soddisfatta di un bambino che, aspettandosi una cucchiaiata di nutella, si trovi invece la bocca piena di olio di fegato di merluzzo, ho finito quel biscotto e, subito di seguito, ho espresso con sofisticata ricercatezza il mio parere in merito.

"Che merda!"

Parole storiche che, per fortuna o purtroppo, nessuno ha potuto udire visto che ero solo soletto in cucina.

Finire la colazione è stata un'impresa epica, un vero esempio di eroica abnegazione. Una generosa boccalata d'acqua, tanto per ripulirmi la bocca dal saporaccio, e via verso una nuova giornata a base di verdura!

Il giorno successivo, dopo aver saltato la colazione per evitarmi un nuovo suplizio, mi aggiravo in cucina per preparare il pranzo e, grazie ad uno sguardo d'odio diretto al sacco dei biscotti, ho notato un marchio sospetto che fino a quel momento era sfuggito al mio occhio di falco: 

Vegan

Con tanto di "V" formata da foglia e stelo di un bel girasole dalla faccia soddisfatta. Subito sopra al marchio, due scritte rosse, carattere duecento, grassetto e maiuscolo:

SENZA LATTE
SENZA UOVA

Questo spiegava il mistero di come potessero essere così cattivi, ed apriva le porte di una nuova questione: come diavolo avevo fatto a non accorgermi di quelle scritte, per altro ripetute su tre dei quattro lati della confezione? Dopo un'attenta analisi di tutti i fattori di quello strano caso, e dopo aver attentamente valutato ogni possibile eventualità, sono giunto all'unica conclusione logica: marchio e scritte sono state realizzate con una speciale pigmentazione, originariamente mimetica, che solo i vapori caldi delle pentole in cucina hanno reso visibili. Ho inviato un campione a quantico, sono in attesa di conferme.

A giorni di distanza da questi misteriosi eventi, mentre mi immedesimo in Dana Scully e redigo il mio rapporto, quello che più mi stupisce è che, una volta scoperta la causa dell'alieno sapore dei frollini, nell'affrontarli nuovamente non li ho trovati abominevoli come durante il primo esperimento. Certo, un biscotto da tea al burro, di pura tradizione inglese, li seppellisce nel ridicolo, ma è pur vero che i tapini fan del loro meglio per essere gradevoli. In fondo, non sono loro ad essere malvagi, è stato qualcun altro a disegnarli così.

Stay Tuned

Che sia colpa del muco?

In questi ultimi giorni ho fatto molta fatica a scrivere.

Mi è stato difficile trovare la concentrazione necessaria, le frasi hanno cominciato a farsi frammentarie ed a richiedere numerose revisioni, prima di divenire sufficientemente chiare e comprensibili.
Rispetto alla rapidità (ed alla naturalezza) a cui mi ero abituato nel periodo precedente, è stato un netto ed assai sgradevole passo indietro.

Come unica consolazione, mi auguro che tutto questo sia dipeso dall'influenza. In fondo è credibile che, mentre si dilapidano energie nel vano tentativo di respirare, sia più difficile concentrarsi su altro.

Stay Tuned

mercoledì 7 marzo 2012

L'agio della tradizione od il fascino dell'ignoto?

Da bambino mi godevo il fascino degli inaspettati colpi di scena che trovavo in film e libri, da ragazzino mi sentivo astuto e geniale nel poterne anticipare la maggior parte; crescendo ho scoperto (con mio sommo disappunto) che l'ovvietà dell'inatteso è una scelta deliberata, operata appositamente per appagare l'ego dell'utente.

A quanto pare, oltre al piacere di sentirsi più furbi degli autori, gli utenti televisivi hanno largamente dimostrato di essere molto refrattari ai cambiamenti; non per nulla, come spietatamente illustrato nella puntata della prima serie di Futurama 1ACV12 (Attacco Alieno), l'utente medio delle serie televisive pretende che gli eventi della singola puntata abbiano poca o nessuna influenza sulla situazione generale della serie stessa.

Con un principio assai simile, credo che esistano anche lettori a cui piace di ritrovare, in quel che leggono, atmosfere già note e che riescono quindi a dar loro la confortante sensazione di sentirsi a casa. In particolare mi riferisco a ciò che viene scritto in generi letterari specifici, come il Fantastico, la Fantascienza ed in misura minore nell'Horror e nel Giallo.

Alcuni esempi?

Parlando di Horror, qual'è la pessima idea che ci si aspetta da ogni gruppo che si trovi ad aver a che fare con un mostro/maniaco omicida? Dividersi, ovviamente. Cosa succede a chi si allontana dal gruppo? La sua morte è pressochè certa. Ci sono inoltre alcuni personaggi abbastanza tipici: l'eroe tormentato, il vigliacco disposto ad ogni bassezza pur di sopravvivere (che in genere fa la fine più atroce), la bellona che grida e viene salvata, l'intellettuale che cerca di razionalizzare e magari di cercare di ragionare con il persecutore.

Nei Gialli, come James Bond insegna, le belle donne hanno molto spesso gli stessi due scopi: sedurre l'eroe con lo scopo di farlo fallire e/o farlo cadere in trappola, o affidarsi a lui per poter poi tragicamente morire per mano di uno degli sgherri del cattivo di turno.

La Fantascienza ci propone alcune inossidabili categorie di razze aliene, o creature similari. Ci sono i bruti, animati da una fortissima passione per la guerra, e spesso guidati da un qualche complesso ed inintellegibile codice d'onore; gli spirituali, che hanno ormai trasceso le umane debolezze, e vivono esistenze all'insegna dell'ascesi; gli infidi, che incapaci di rivaleggiare con i bruti per quel che riguarda le capacità belliche, operano tra complotti e tradimenti; gli innocenti, che da tempo immemore hanno abbandonato ogni aggressività e si dedicano ad una vita di pace e fratellanza.

Gli esempi di cui sopra, sono evidentemente degli esempi portati all'eccesso, per poter divenire delle provocazioni; ma sono sicuro che il senso sia chiaro e che a tutti voi siano venuti in mente decine di esempi (sia cinematografici che letterari) che possono esser fatti rientrare in quelle casistiche.

Arriviamo ora al punto dolente: il Fantastico!
Pur essendo senza alcun dubbio il mio genere preferito, è anche quello da cui più raramente mi trovo ad essere soddisfatto; forse la mia predilezione mi rende particolarmente esigente, ma è anche un fatto che il Fantastico sia un genere dove le poche opere di valore vengono sepolte sotto il cumulo dei prodotti di second'ordine.

Anche senza voler cadere nella bassezza di saghe come Twilight, e senza scomodare autori che hanno per lo meno un corretto stile di scrittura come Parker, non credo esistano generi soggetti allo stereotipo quanto il Fantasy. Lo scribacchino Fantastico, non si limita a far man bassa tra gli archetipi razziali come farebbe un suo pari nella Fantascienza, usa addirittura i medesimi nomi; in questo modo evita di dover perder tempo ed affaticare i propri neuroni con un sacco di descrizioni inutili. Perché dover spendere un mare di parole per parlare di orecchie affilate, fisici snelli e lunghi capelli sciolti quando mi basta scrivere "elfo"? Perché complicarsi la vita a parlare di carattere burbero, amore per metalli preziosi e gioielli ed indole vendicativa quando è sufficiente dire "nano"? Perché fare la fatica di creare un popolo credibile a cui far fare la parte del nemico, dandogli motivazioni, caratteristiche peculiari ed una struttura sociale sensata quando è  tanto facile scrivere "orco"? 

Certo, c'è anche qualche mente geniale che invece che Nazgul dice Ra'zac ed al posto di Uruk-Hai scrive Urgali. Dovremmo apprezzare lo sforzo di cambiare almeno i nomi, o sentirci presi in giro perché hanno cercato di rivenderci come nuovo, un piatto avanzato del giorno prima e malamente riscaldato?

Con questo non voglio certo dire che il rifarsi alla nomenclatura classica identifichi automaticamente uno scrittore scadente, anzi. C'è chi, come Andrzej Sapkowski, ha saputo reinventare completamente le caratteristiche della propria ambientazione, dandole delle caratterizzazioni estremamente forti ed originali, pur parlando di elfi e di nani.

Quello che mi chiedo, ogni qual volta mi trovo a riflettere sulle caratteristiche di un'ambientazione, è quello che il lettore si aspetti dal Fantastico: cerca la sicurezza di un mondo in cui il bene ed il male sono nettamente divisi tra rappresentanti di razze differenti, o spera di incontrare qualche cosa di nuovo e di diverso, che lo porti al di fuori dei soliti schemi?

Quali sono le vostre opinioni in merito? E, se siete appassionati di Fantasy, cosa vi piace trovare nei libri che leggete? La vostra preferenza va a chi scrive entro i canoni del cosiddetto Fantasy Classico, o siete alla costante ricerca di qualche cosa di diverso ed innovativo?

Stay Tuned

lunedì 5 marzo 2012

Punto di svolta

Il terzo capito, tra alti e bassi, sta scorrendo molto più liscio dei precedenti.
Evidentemente, l'accumularsi di ore di lavoro, mi ha permesso di guadagnare maggiore dimestichezza, e di ritrovare l'abitudine a scrivere che da qualche anno era andata persa. Riesco a visualizzare più facilmente la costruzione dei periodi, e con un po' di pazienza sto anche rimediando ad una parte dei miei orrori grammaticali congeniti.

Ora che mi trovo a qualche passo solamente dall'introdurre uno degli eventi principali della storia, non riesco a fare a meno di essere emozionato; una scena che ho immaginato e visualizzato decine di volte, che ho abbozzato in uno schema ed esteso nella struttura dei capitoli, sta per prendere la sua forma (quasi) definitiva. Un po' come una donna che, dopo aver portato in grembo il proprio pargoletto, si renda conto dell'imminenza del parto; senza le doglie però, il che non è certo cosa da poco.

Come piccola anteprima per i miei valorosissimi (e mai sufficientemente ringraziati) revisori, dirò che l'evento prevederà la presenza di Ureach, Ruhek, Kahejt, Lyuthwjn e di un'altra mezza dozzina di facce più o meno note. Sarà un passo determinante per la vita e l'evoluzione del protagonista, ed un avvenimento di grande importanza per il futuro dei suoi compagni.

Proprio per questo, mi trovo combattuto tra l'eccitazione dell'affrontarlo ed una sgradevole punta di ansia da prestazione. Per mia fortuna, ogni qual volta vengo colto dal dubbio, mi è sufficiente ripetere il Mantra di Paolini e tutto si cheta:
Se è diventato famoso lui con il pattume che ha scritto: comunque vada, sarà un successo!
 Stay Tuned